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L'universo di Lucio Dalla a Roma, città di amore e di incontri

In mostra fino al 6 gennaio all'Ara Pacis

La collezione di cappelli e quella dei giocattoli d'infanzia, la pagella di quarta ginnasio con la quale veniva bocciato senza appello e la lettera in cui, a 22 anni, si dice innamorato di una ragazza alta e dai capelli lunghi, l'amato clarinetto e i libri autografati (a guardare bene tra le dediche anche quelle di Silvio Berlusconi e Walter Veltroni). E tante, tantissime foto. Di quando era bimbo in vacanza e di quando adulto stringeva la mano ad artisti, politici, personalità di spicco. La mostra itinerante "Lucio Dalla - Anche se il tempo passa", a cura di Alessandro Nicosia con la Fondazione Lucio Dalla, dopo il debutto a Bologna, arriva a Roma, all'Ara Pacis, dove rimarrà fino al 6 gennaio 2023, per spostarsi a Napoli, Pesaro e Milano (e a seguire anche all'estero). Una mostra-evento, nel decennale della sua scomparsa dell'artista bolognese, per omaggiare una delle personalità più influenti nella storia della musica italiana e - tout court - del Paese, per celebrare il suo genio umano e musicale. E Roma non può dimenticare il forte legame che univa Dalla alla città eterna, dove si trasferì appena 17enne e dove visse per circa 25 anni fino al 1986. Per scelta, per amore, per il potere magnetico che aveva su di lui. Roma è città di incontri (uno su tutti quello con Federico Fellini), di fermento, di ispirazione (nella sua casa di Trastevere scrisse La sera dei miracoli). La musica, ma anche lo stretto rapporto con il cinema (attore e autore di colonne sonore - indimenticabile quella per Borotalco di un giovane Carlo Verdone in cerca di affermazione dopo i primi successi -, ma mai regista), il teatro, la televisione che lo ha sempre corteggiato per la sua capacità di bucare lo schermo e attirare attenzione. La mostra racconta il ruolo di Lucio Dalla nel passaggio culturale dagli anni Sessanta in poi, la modernità del suo pensiero, l'eclettismo del suo agire. Cinquant'anni di storia attraverso materiali spesso inediti: oggetti, documenti, copertine dei dischi, video, abiti di scena, locandine dei film, suddivise in dieci sezioni (compresa quella dedica a Roma). Testimonial d'eccezione due amici di vecchia data: Carlo Verdone e Renzo Arbore. Per il primo scrisse la colonna sonora di Borotalco, al secondo è stato legato per numerose collaborazioni. "Il mio rapporto con Lucio inizia quando scrivo il film più importante della mia carriera: Borotalco - racconta Verdone -. Dopo Un sacco bello e Bianco Rosso e Verdone dovevo dimostrare di poter affrontare un film a personaggio unico. E in pochi ci credevano. Volevo che fosse un film che rappresentasse nel migliore dei modi l'inizio degli anni Ottanta, anni di riscatto, dopo un decennio pieno di tormenti. Dovevano essere una sorta di Rinascimento, anche partendo dall'ascolto di una nuova musica. Quando cominciammo a capire chi era Lucio Dalla, intuimmo che quella era la colonna sonora che avrebbe accompagnato quel decennio. Lo convinsi a darmi alcuni suoi brani, ma lo feci anche arrabbiare quando vide sui manifesti il suo nome più grande del titolo del film. Mi disse che non avevo palle, che non sapevo confrontarmi con il produttore. Ma poi alla fine si emozionò. Diventammo grandi amici". Il ricordo, a 10 anni dalla morte, è quello di "una grande persona che amava stare con gli amici, con un grande senso dell'ironia e dell'autoironia. E soprattutto è stato importante perché è riuscito a mixare la grande tradizione melodica italiana con nuovi arrangiamenti e testi enigmatici. Ha fatto capire che la musica italiana anche all'estro aveva qualcosa da dire". Sulla stessa linea di pensiero anche Renzo Arbore. "Aveva doni straordinari: grande fantasia ed ecletticità, attingeva a tutte le musiche del mondo partendo dal jazz. E poi era dominato dalle passioni. Oltre a Caruso, avrebbe potuto far conoscere il suo repertorio anche all'estero". E poi un ricordo personale: "Sono il più antico amico di Lucio Dalla. Sua madre veniva a vendere 'la moda di Bologna' a Foggia, la mia città e mia madre la amava moltissimo. Una volta, avevo 7 anni, mi chiesero di occuparmi di questo bambino irrequieto di quaalche anno più piccolo, mi fu affidato perché lo trastullassi". Qualche anno dopo le loro strade artistiche si incrociarono. "Lo vidi la prima volta a Sorrento che suonava con i Flippers ed Edoardo Vianello e poi quando arrivò scortato da Gino Paoli, con due paia di occhiali uno sull'altro. Un tipo strano, ma capii subito che sarebbe diventato qualcuno". (ANSA).

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